Gensil’s Weblog

Il blog con un occhio nero e l’altro blu

I baobab luglio 10, 2008

Filed under: Uncategorized — gensil @ 12:39 pm

Ho trovato riportato in molti blog il pezzo sui baobab da “Il piccolo principe”, e lo riporto qui animata dal sentimento dell’urgenza. I baobab, sono anni che l’occhio blu me li disegna.

Occhio nero


Ogni giorno imparavo qualche cosa sul pianeta, sulla partenza sul viaggio. Veniva da sé, per qualche riflessione.
Fu cosi che al terzo giorno conobbi il dramma dei baobab.
Anche questa volta fu merito della pecora, perché bruscamete il piccolo principe mi interrogò, come preso da un grave dubbio:
“E proprio vero che le pecore mangiano gli arbusti?”
“Si, vero”.
“Ah! Sono contento”.
Non capii perché era cosi importante che le pecore mangiassero gli arbusti. Ma il piccolo principe continuò:
“Allora mangiano anche i baobab?”
Feci osserare al piccolo principe che i baobab non sono degli arbusti, ma degli alberi grandi come chiese e che se anche avesse portato con sé una mandria di elefanti, non sarebbe venuto a capo di un solo baobab.
L’idea della mandria di elefanti fece ridere il piccolo principe:
“Bisognerebbe metterli gli uni su gli altri…”
Ma osservò saggiamente:
“I baobab prima di diventare grandi cominciano con l’essere piccoli”.
“E esatto! Ma perché vuoi che le tue pecore mangino i piccoli baobab?”
“Be’ ! Si capisce”, mi rispose come se si trattasse di una cosa evidente. E mi ci volle un grande sforzo d’intelligenza per capire da solo questo problema.
Infatti, sul pianeta del piccolo principe ci sono, come su tutti i pianeti, le erbe buone e quelle cattive. Di conseguenza: dei buoni semi di erbe buone e dei cattivi semi di erbe cattive. Ma i semi sono invisibili. Dormono nel segreto della terra fino a che all’uno o all’ altro pigli la fantasia di risvegliarsi. Allora si stira, e sospinge da principio timidamente verso il sole un bellissimo ramoscello inoffensivo. Se si tratta di un ramoscello di ravanello o di rosaio, si puo lasciarlo spuntare come vuole.
Ma se si tratta di una pianta cattiva, bisogna strapparla subito, appena la si e riconosciuta. C’erano dei terribili semi sul pianeta del piccolo principe: erano i semi dei baobab. Il suolo ne era infestato. Ora, un baobab, se si arriva troppo tardi, non si riesce piu a sbarazzarsene. Ingombra tutto il pianeta. Lo trapassa con le sue ragici. E se il pianeta e troppo piccolo e i baobab troppo numerosi, lo fanno scoppiare.
“E una questione di disciplina”, mi diceva piu tardi il piccolo principe. “Quando si ha finito di lavarsi al mattino, bisogna fare con cura la pulizia del pianeta. Bisogna costringersi regolarmente a strappare i baobab apena li si distingue dai rosai ai quali assomigliano molto quando sono piccoli. E ‘un lavoro molto noioso, ma facile”.
E un giorno mi consigliò di fare un bel disegno per far entrare bene questa idea nella testa dei bambini del mio paese.
“Se un giorno viaggeranno”, mi diceva, “questo consiglio gli potrà servire. Qualche volta e senza inconvenienti rimettere a piu tardi il proprio lavoro. Ma se si tratta dei baobab è sempre una catastrofe. Ho conosciuto un pianeta abitato da un pigro. Aveva trascurato tre arbusti…”
E sull’indicazione del piccolo principe ho disegnato quel pianeta. Non mi piace prendere il tono moralista. Ma il pericolo dei baobab è cosi poco conosciuto, e i rischi che correrebbe chi si smarrisse su un asteroide, così gravi, che una volta tanto ho fatto eccezione.
E dico: “Bambini! Fate attenzione ai baobab!” E per avvertire i miei amici di un pericolo che hanno sempre sfiorato, come me stesso, senza conoscerlo, ho tanto lavorato a questo disegno. La lezione che davo, giustificava la fatica. Voi mi domanderete forse: Perché non ci sono in questo libro altri disegni altrettanto grandiosi come quello dei baobab? La risposta e molto semplice: Ho cercato di farne uno, non ci sono riuscito. Quando ho disegnato i baobab ero animato da sentimento dell’urgenza.
Annunci
 

8 Responses to “I baobab”

  1. Occhio blu Says:

    Il problema dei baobab è dei pigri (ahimè), ma ci sono delle eccezioni, purtroppo per te. Anche alcune persone, che sono solite indossare pesanti monili, sono afflitte da questa crescita incontrollata di piante cattive! Mah…che strano mondo! L’importante è essere furbi, e guardare all’essenziale.

    Ciao occhio udente!

  2. gensil Says:

    Mio carissimo occhio blu. Il problema sta nella somiglianza ai rosai e, si sa, il cuore vede quello che vuole.
    I monili sono così pesanti che finiscono nella zona Ombra. Ci vorrebbe un pò di leggerezza..piume..bolle di sapone..farfalle..palline da ping pong..
    Ciao!
    Occhio nero

  3. […] Luglio 14, 2008 a 2:37 pm (Uncategorized) OK. Adesso ci si sta parlando addosso, a cominciare da me. Vorre metter la parola fine all’interminabile sequela di commenti su Piazza Navona che si leggono in giro per Bloglonia. Lo faccio proponendovi un racconto che somiglia tanto alla parabola della gramigna. Leggetelo qui. […]

  4. asterione Says:

    In questa tiepida notte insonne a metà dell’estate, mi trovo a riannodare fili di pensieri che vengono da lontano e vi ritornano dopo inutili volute. Erbe, rose, semi e baobab si confondono sotto l’incombente pesantezza del sonno che li trasfigurerà in simboli incompresibili. Vorrei tanto tentare di distinguerli, occhio nero, ma proprio non mi riesce.
    Sono solo molto stanco, anche se qualcuno dirà che sono semplicemente pigro.
    Non importa: domattina, svegliandomi trafitto ancora una volta dalle radici dell’erba cattiva che mi cresce dentro, avrò modo di leccarmi senza piangere e ricucire, al meglio delle mie possibilità, le ferite che verranno.

  5. gensil Says:

    Mio caro Asterione,
    benvenuto! Anche se “nulla può essere comunicato attraverso l’arte della scrittura”, le tue parole sono in grado di raccontare molto bene la malinconia delle notti (lettera minuscola) di Luglio e anche il tuo animo così sensibile e delicato da arrivare a ferirsi con violenza “autoimmune”.
    Ma, si sa, la notte è pericolosa, le Ombre si amplificano e la luce fatica a illuminare il cuore che molte volte cade “insanguinato”.
    Succede però che “riaprendo gli occhi, il colore del giorno è cambiato” e, probabilmente, non lo sarebbe se non lo si guardasse con gli occhi straziati dalla notte insonne (e penso a Titta di Girolamo), allucinati dalla veglia che rallenta i ritmi e abbassa le difese.
    Le notti di Luglio, poi, si portano dietro, dalla notte dei nostri tempi, il senso della fine, l’ansia del cambiamento, il tintinnio metallico della resa dei conti.
    In questa notte sono io che sento forte la nostalgia, “dolore del ritorno” mi spiega la mia amica Maria, fine scandagliatrice di parole e di animo umano.
    Nostalgia perchè non so se mai più rivedrò LuNapoli da qui, nostalgia perchè non so se la sera, ad accogliermi, ci saranno più le meringhe sorridenti, nostalgia perchè non so se la terrazza illuminata con i fiori, mi terrà più compagnia nelle sere sole, regalandomi chiacchere da mondi lontani e diversi.
    Dico solo grazie, grazie alla mia pasticceria di meringhe sorridenti. Tanto zucchero non mi ha cariato i denti, ma solo riempito il cuore di dolcezza.

  6. Asterione Says:

    In me, occhio nero, le notti di luglio (ormai irrimediabilmente lontano) richiamano invece il sapore di estati bambine, lievi ed estenuanti allo stesso tempo, cariche di corse a perdifiato, esplorazioni ardimentose, segreti disvelati e risa argentine. Ricordo di sere passate a sfidare l’atavica paura del buio con le nostre piccole torce elettriche affrontando l’Oscurità della spiaggia: cercavamo di conquistare spazi familiari che, durante la notte, per qualche strano mistero connesso al fallimento dei nostri sensi, diventavano inesplicabilmente ignoti, cupi e impenetrabili. Ricordo sguardi sereni e il viso bruciato dal sole di gente dal fare brusco di un piccolo paese perso nel mezzo del nulla che era diventato la mia seconda casa. Ricordo il sonno cadenzato dal suono discreto e incessante della risacca delle onde; ricordo sogni dolci appena increspati da tensioni e inquietudini che, in seguito, senza preavviso, avrebbero preso a dominare le mie notti da adolescente.

    Ho abbandonato da anni quel luogo pur continuando a frequentarlo fisicamente in tutte le estati della mia vita. La separazione è stata lenta, graduale ed inconsapevole e non ho avuto modo di percepire l’evidenza del distacco come è accaduto a te, in questo momento in cui, probabilmente, ti accingi a lasciare il posto che ti ha accolto finora.

    Eppure ogni attimo del nostro esistere è fatto di separazioni, distacchi e allontanamenti che non abbiamo il tempo di comprendere senza che si siano già dati; ogni incrocio è foriero di opportunità che diventano immediatamente strade morte non appena le scartiamo: perfino quella scelta o presa per forza scompare pian piano alle nostre spalle man mano che la percorriamo; ogni incontro con una persona è un potenziale addio e trascina con sé un piccolo lutto da elaborare; ogni attimo corrente è destinato istantaneamente a soccombere sotto il carico gravoso del trascorrere del tempo. Ma, nonostante tutto, siamo dotati di un notevole sistema di difesa capace di sbiadire ogni ricordo o rimpianto di ciò che è stato di fronte all’urgenza del presente. Forse, mentre leggerai questa mia risposta, già faticherai a ritrovarti nel senso di malinconia da separazione dal tuo convento che ti ha afflitto nell’attimo in cui ne scrivevi con tanta vibrante intensità. Magari dovrai dissotterrarlo dallo spazio in cui era stato sepolto dai vissuti di questo languido Agosto (di cui ho evitato ti parlarti, per non cedere a questo automatismo di centratura sull’adesso).

    Pur essendone conscio, trovo insopportabile l’idea di essere condannati a questa provvisorietà dei pensieri e delle emozioni oltre che delle nostre vite.

  7. gensil Says:

    Mio caro Asterione,
    hai toccato con maestria e sensibilità, le corde per me più dolorose, quelle più amare. Carne viva. Avrei molto da dire, su incontri, separazioni, distacchi. Tutto quello che ho pensato in questi anni, riflessioni che ho DOVUTO fare (e l’occhio blu ne sa qualcosa) per riuscire a arginare tutta la devastazione che rappresenta per me ogni minimo cambiamento, ogni abbandono, ogni saluto, pur necessario, pur fisiologico.
    In ogni posto, stanza in cui sono stata ho lasciato un mio oggetto, un portapenne di solito, qualcosa che sopravvivesse alla mia assenza. Molto avrei da dire, su come alla fine si riesce, con fatica, con continue conquiste e sconfitte, a sopportare tutto lo strazio, tutta l’angoscia e a trasformarla in nostalgia dolce e come solo da queste macerie “nascono i fiori”.
    Ma aspetto ancora prima di farlo. Per adesso un pò di carne viva brucia ancora.
    Mi limito a scrivere una frase di Russell che mi è venuta in mente e che già ti ho scritto sull’altro filo. « Quando morirò, sarò niente di niente e nulla di me sopravviverà. Non sono più giovane e amo la vita. Ma mi rifiuto di vivere tremando di terrore al pensiero del nulla, la felicità non è meno vera perché deve finire, nè il pensiero e l’amore perdono il loro valore perché non sono immortali. ».
    Grazie Asterione per quello che scrivi e per come lo scrivi
    Ciao

  8. Asterione Says:

    Rieccomi di nuovo qui dopo oltre tre anni. Anni cosi’ dilatati da aver scavato un solco profondo nella mia esistenza.
    Lontano, nel tempo, nello spazio, nel pensiero, nella realta’, il vissuto di ieri si dissolve sgretolandosi in polvere di ricordi sbiaditi, consumati dalla distanza.
    Una lingua nuova, un nuovo continente, un nuovo lavoro, e dentro, il solito fardello che, sebbene contenga nuove esperienze pesanti come pietre, a trascinarselo dietro costa la stessa fatica di sempre.
    Sorrisi gentili e parole incompresibili di gente estranea; posti cosi’ vissuti, sporchi e affollati da essere maledettamente autentici; una metropoli cosi’ immensamente grande da somigliare, in ogni sua manifestazione, ad un piccolo paese; la veemenza, la disperazione e l’ostinazione di uomini e bimbi che si aggrappano con le unghie ad una vita avara e incurante.
    Mi affanno a cercare un filo rosso che connetta le parti della mia vita fatta di sbalzi e scossoni, a trovare un senso d’identita’ che attraversi tutti gli uomini che sono stato in tutti i posti in cui ho vissuto.
    Non so e non capisco dove mi condurra’ tutto questo, ma mi sento come un bimbo trascinato per mano da uno sconosciuto in un posto sconosciuto. Alle volte, ho paura di non sapere piu’ cosa sono diventato e rivolgo gli occhi al passato nella speranza di trovare risposte nella mia storia: eppure, guardando indietro, essa contiene solo ricordi cosi’ lontani e stinti da sembrare piu’ estranea di questa stanza che abito da poche settimane e che, probabilemte, tra poche altre settimane lascero’.
    Tu sai chi sono, occhio nero?


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...